Nell’XI secolo, esisteva una particolare tecnica di pesca basata sull’uso dell’erba buglossa: si racconta infatti che con quest’erba, disseccata, triturata e mischiata con un po’ di farina, si facevano delle pallottoline che venivano gettate in acqua. Qualunque pesce ne mangiasse era costretto a nuotare in superficie, non riuscendo più a nuotare sott’acqua: i pesci, dunque, salivano dal fondo contro la loro volontà, si sfinivano continuando a saltare fuori dall’acqua, venivano guidati a terra con un bastone e catturati.
Si credeva che dall’urina della lince si sarebbe sviluppato il lincurio, ovvero la ’magica’ gemma preziosa di cui già parlavano Teofrasto, Ovidio, Plinio il Vecchio, Isidoro di Siviglia: e si pretendeva anche di conoscere il procedimento quantomeno crudele attraverso il quale ottenerlo. Ci si doveva provvedere di una capace tinozza e di quattro chiodi di ferro: piantati saldamente i chiodi in quattro punti diversi all’interno della tinozza, con un trapano si doveva quindi praticare un foro al centro della tinozza stessa. Messa la lince nella tinozza, occorreva legarle bene le zampe ai chiodi, stringerle attorno al collo una catena e fissarla in alto in modo che essa non potesse in alcun modo liberarsi; bisognava quindi darle da mangiare a sufficienza e darle da bere un vino forte e dolce da gustare. Una volta ubriaca, la lince non sarebbe riuscita in alcun modo a trattenere l’urina, che sarebbe fuoriuscita dal foro della tinozza, affluendo immediatamente in un catino destinato a raccoglierla. Qualora la lince non fosse riuscita ad urinare, sarebbe morta, e si sarebbe reso necessario scuoiarla, aprirle il ventre con molta cautela, rimuovere la vescica, perforarla con un ago e spremere l’urina in un catino. In qualunque modo raccolta, l’urina, doveva essere versata in piccoli recipienti di rame delle dimensioni di un pisello, oppure in recipienti della grandezza di una grossa noce; questi contenitori dovevano essere sepolti sotto terra, lasciati lì per quindici giorni e poi disseppelliti: e, a quel punto, tutte le gocce sarebbero apparse consolidate in gemme, brillanti come carboni ardenti, e degne di essere applicate agli anelli delle regine o applicate alla corona di un re, a seconda delle dimensioni.
Fra i divertimenti di corte, si annoverava il gioco degli scacchi, diffusosi in Occidente attorno all’anno Mille, e vigeva l’uso di scommettere sui vincitori delle partite.
Era diffusa l’abitudine di addestrare gli orsi, animali peraltro ricercati e amati in tutte le epoche. Particolarmente interessante appare la ‘cronaca’ di uno spettacolo in cui compaiono due orsi bianchi che camminano su due zampe reggendo un recipiente e ballando al suono delle lire pizzicate dai giullari; in certi momenti, questi orsi saltano e si scavalcano, l'uno poi trasporta l'altro seduto sul suo dorso e ancora, afferrandosi per le zampe anteriori, lottano e si rovesciano al suolo; quando poi la gente danza in cerchio, essi accorrono, si uniscono alle donne che cantano e, mettendo le zampe sulle loro mani, muovono i passi in posizione eretta, emettendo suoni e brontolii.
Le corti ospitavano frequentemente degli zoo, con cammelli, asini selvatici, leopardi, leoni, linci, scimmie, cercopitechi, ecc..
Diffuse erano anche le voliere, con anche uccelli ai quali appositi istruttori insegnavano ad imitare il linguaggio umano.
Tutte queste informazioni, e molte altre ancora, si trovano nel Ruodlieb, un testo poetico anonimo, databile attorno alla metà dell’XI secolo, che narra le peregrinazioni, le gesta e gli amori di un cavaliere di nome Ruodlieb.


