Composto probabilmente intorno alla metà dell’XI secolo da un autore rimasto sconosciuto, ma certamente originario del sud della Germania, il Ruodlieb è una composizione in esametri leonini – esametri, cioè, con rima interna, piuttosto pesanti e grossolani ma, appunto, rimati – che narra le peregrinazioni, le gesta e gli amori di un cavaliere di nome Ruodlieb.
Scoperto casualmente ai primi dell’800, fu stampato per la prima volta nel 1838.
È un’opera singolare, di grande interesse letterario, folklorico, linguistico e storico-culturale, purtroppo frammentaria, di cui restano ignoti non soltanto l’autore, ma anche l’origine, i destinatari, il finale.
Prima del ritrovamento del manoscritto, la sua esistenza non era testimoniata da alcuna fonte.
È un’opera il cui genere non è facile da definire (romanzo, fiaba, racconto storico, saga nordica, poema epico…?); la cui struttura, vista anche la disastrosa frammentarietà, non è individuabile a fondo; il cui significato intrinseco è enigmatico, così come enigmatico è il ruolo rivestito talora dai personaggi.
È un’opera il cui protagonista principale presenta una caratterizzazione complessa, che non sembra rientrare in una tipologia precisa: un cavaliere dai tratti più morali che guerreschi, che non si dedica principalmente alla guerra, ma è presentato piuttosto come operatore di pace; che, come il re di cui è al servizio, segue un’etica improntata a ospitalità, generosità, clemenza, lealtà; che è cristianizzato ma lontano da ogni forma di misticismo.
È un’opera estremamente originale dal punto di vista linguistico, scritta com’è in un latino eterogeneo e vivace, fatto di germanismi e grecismi, volgarismi e termini di origine e tradizione colta, con deviazioni notevoli dalle ‘regole’ classiche, ma ricco di efficacia comunicativa.
È un’opera che, considerata da alcuni come la più antica attestazione cortese di poema eroico – addirittura il primo poema cavalleresco in cui si trovino congiunti “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” –, riveste palesemente un ruolo significativo nella storia della letteratura e della cultura occidentale.
Ed è infine un’opera che rappresenta una fonte insostituibile sia per la conoscenza generale delle dinamiche politiche e sociali dell’epoca in essa rappresentata, sia per l’acquisizione di informazioni relative in particolare alla vita di corte, coi suoi rituali, i giochi e i passatempi, e tutto il relativo contorno di abiti, gioielli, monete, alimenti, senza dimenticare riferimenti a usanze e tradizioni popolari.
Per quanto concerne l’autore, si è spesso riconosciuto che dovesse avere intima familiarità con la vita di una corte grande e colta; ma, altrettanto spesso, si è pensato che fosse un monaco: ipotesi basata sul ritrovamento dell’unico manoscritto del Ruodlieb nella biblioteca del monastero bavarese di Tegernsee. In realtà, se anche si può legittimamente supporre che, nell’ultima parte della sua vita, l’autore abbia vissuto a Tegernsee, è però difficile immaginare che abbia potuto conoscere lì la vita di corte da lui così meticolosamente descritta, ed è quantomeno ipotizzabile che appunto in questo ambiente – c’è chi parla, ad esempio, del circolo imperiale di Bamberga – abbia trascorso gli anni della sua prima formazione.
Intere parti dell’opera sono andate perdute, e molti versi risultano mutili: in ogni caso, nei complessivi diciotto frammenti, di lunghezza variabile (per un totale di circa 2300 versi), leggiamo la storia di un cavaliere, costretto ad abbandonare la patria in seguito a faide in cui si è trovato coinvolto; affidate le proprietà alla madre, il cavaliere Ruodlieb parte, seguito da uno scudiero e da un segugio; dopo un lungo viaggio, incontra un cacciatore regio, col quale fa amicizia, e grazie al quale viene introdotto alla corte di un re africano – in una favolosa e utopica Africa – e si pone al suo servizio, dando prova di grandi qualità (prima come cacciatore e pescatore, poi come comandante dell’esercito e ambasciatore). Dopo dieci anni di esilio, riceve due lettere: una dei signori della sua terra, che lo invitano a tornare, e una di sua madre, con lo stesso invito (fr. V). Chiede dunque al re il permesso di partire, lo ottiene, e, come dono d’addio riceve dallo stesso re dodici insegnamenti, una vera e propria summa di prudenza contadina e morale cavalleresca, che gli saranno utili nel viaggio e dopo il ritorno; riceve anche due pagnotte (che sono in realtà scrigni pieni di tesori), con l’ordine di aprire la più piccola in presenza della madre e la più grossa assieme alla futura sposa. Segue il racconto molto avventuroso del viaggio, le cui tappe, a quanto si può dedurre dalle parti restanti del testo, sembrerebbero riconducibili ai dodici insegnamenti avuti come regalo dal re. All’arrivo, dopo l’incontro con la madre, si presenta il problema della scelta della sposa: c’è una prima probabile sposa, che però si scopre aver avuto un incontro galante con un chierico, e c’è una seconda probabile sposa, la cui conquista viene proposta a Ruodlieb da un nano da lui catturato… e qui il racconto si interrompe. Poco prima è narrato un sogno della madre, che vede Ruodlieb uccidere due cinghiali, sedersi sulla cima di un tiglio attorniato da guerrieri, ricevere una corona reale da una colomba: il che lascia presagire che gli sviluppi successivi evolvano verso un futuro glorioso di Ruodlieb, ma purtroppo non è dato saperlo.
Le dimensioni originarie del testo sono ovviamente valutabili solo in maniera approssimativa, basandoci sui frammenti conservati: ad esempio, sulla base dei dodici insegnamenti potremmo supporre che ad ogni insegnamento corrispondesse una tappa obbligata del viaggio, ma l’autore potrebbe anche aver abbandonato il modello della ‘fiaba dei buoni consigli’ per seguire quello della ‘saga eroica’; il genere letterario, come s’è detto, è di difficile definizione; è certo che Ruodlieb incarna un ideale etico, e che, destinato da Dio ad un trono, percorre nel tempo e nello spazio un cammino di elevazione morale, ma il significato complessivo rimane oscuro, anche a causa della mancanza di un finale; per quanto concerne la lingua e le fonti, si può rimarcare l’estrema rarità di citazioni dotte e la distanza dalla tradizione latina, ma questo potrebbe essere interpretato sia come segno di debolezza culturale, sia come scelta deliberata, sulla via di una anticipazione della letteratura cortese.
Il testo è leggibile in italiano nella bella traduzione di Roberto Gamberini (Ruodlieb con gli epigrammi del Codex Latinus Monacensis 19486. La formazione e le avventure del primo eroe cortese, Firenze, SISMEL Edizioni del Galluzzo 2003): e, al di là degli studi ‘specialistici’, si tratta di una lettura molto interessante per chiunque nutra curiosità sulla civiltà del Medioevo nei suoi molteplici aspetti.
Per quanto concerne gli usi dell’epoca, mi piace ad esempio ricordare la particolare tecnica di pesca basata sull’uso dell’erba buglossa: si racconta infatti che con quest’erba, disseccata, triturata e mischiata con un po’ di farina, si fanno delle pallottoline che vengono gettate in acqua. Qualunque pesce ne mangi sarà costretto a nuotare in superficie, non riuscendo più a nuotare sott’acqua: i pesci, dunque, salgono dal fondo contro la loro volontà, si sfiniscono continuando a saltare fuori dall’acqua e vengono guidati a terra con un bastone (fr. II, vv. 1-25).
E ancora, in tutto il suo orrore, non può quantomeno non incuriosire la descrizione del procedimento – una vera e propria tortura animale – tramite il quale dall’urina della lince si sarebbe sviluppato il lincurio (ligurius nel testo), ovvero una gemma preziosa come il rubino:
«[…] dalla sua orina si sviluppa una lucida gemma, il fulgido ligurio, prezioso come il rubino. Chi desidera apprendere in che modo questo avvenga, lo apprenda: fatti forgiare quattro chiodi di ferro. Piantali in quattro punti diversi all’interno di una capace tinozza, conficcandoli con forza affinché nessuno li possa svellere. Con un trapano pratica un foro al centro della tinozza. Poi metti la lince dentro di essa, anche se fa resistenza e si ribella. Cerca di legarle bene le zampe ai chiodi. Stringile una catena attorno al collo e fissala in alto in modo che non possa sciogliere i legami abbassando la testa. Quindi dalle da mangiare e da bere a sufficienza, ma che la bevanda sia vino forte, dolce da gustare!. Una volta ubriaca, essa non riuscirà a trattenere l’orina nemmeno se lo volesse, ma sebbene creda di trattenerla , il liquido dovrebbe uscire senza che l’animale se ne renda conto e affluire immediatamente in un catino attraverso il foro nella tinozza. Qualora la lince non riuscisse a mingere, morirebbe. Tuttavia, se non vuotasse la vescica e morisse trattenendo l’orina, strappale via la pelle, aprile il ventre con molta cautela, rimuovi la vescica e perforala minutamente con un ago, poi spremi l’orina in un catino ben pulito, quindi versala in piccoli recipienti di rame delle dimensioni di un pisello, oppure in recipienti della grandezza di una grossa noce. Seppellisci questi contenitori sotto terra, lasciali stare lì quindici giorni, poi disseppeliscili e riprendili: vedrai tutte le gocce consolidate in gemme che brillano come carboni ardenti nell’oscurità della notte. Queste pietre sono degne di essere applicate agli anelli delle regine, mentre quelle più grosse, dopo essere state adattate, possono essere applicate alla corona di un re» (fr. V, 101-130).
Fra i divertimenti di corte, sono degni di nota i versi dedicati al gioco degli scacchi e alla relativa abitudine di fare scommesse. A Ruodlieb, di ritorno da un’ambasceria di pace presso un re straniero, viene chiesto dal suo re che cosa abbia dovuto fare mentre era in missione, e questa è la sua risposta: «Il supremo maestro di palazzo fu gentile con me, adoperandosi grandemente perché io non soffrissi la mancanza di nulla. Cercò più volte di battermi al gioco degli scacchi, ma non vi riuscì, se non in una sola partita, che gli lasciai vincere di proposito. E così per cinque giorni non mi permise di presentarmi al cospetto del re: voleva cercare di conoscere il motivo del mio arrivo laggiù. Dal momento che egli non riuscì a scoprirlo con nessun artificio, il re mi mandò a chiamare e ascoltò attentamente ciò che gli dissi. Dopo aver differito la risposta, come ho già detto, al giorno dopo, il re chiese un tavolo da gioco, ordinò di collocargli davanti una sedia e mi comandò di prendere posto sullo sgabello di fronte, per giocare con lui. Io rifiutai decisamente questo invito dicendo: “È terribile per un miserabile giocare con un re”. Ma quando non mi sembrò più opportuno osare oppormi, accettai di giocare, desiderando di essere battuto da lui: “Che male c’è per un miserabile come me, - dicevo - a essere sconfitto da un re? Però io temo, signore, che tu subito ti adireresti con me, se la fortuna mi aiutasse a ottenere la vittoria”. Il re, sorridendo, disse come se stesse scherzando: “Non hai nulla da temere per questo, mio caro: non monterò affatto in collera, nemmeno se non vincessi mai. Voglio invece che tu giochi con me quanto più abilmente tu sappia fare, perché voglio imparare le nuove mosse che tu fai”. Sia il re che io muovemmo subito con impegno e, grazie a Dio, la vittoria mi arrise tre volte, con grande meraviglia dei suoi molti ottimati. Egli faceva delle puntate, ma non voleva che io puntassi nulla, poi pagò le sue scommesse fino all’ultimo centesimo. Parecchi gli subentrarono: volevano prendere una rivincita per lui. Ponevano una posta e rifiutavano la mia: erano certi di non perdere nulla, contando decisamente sull’incerta sorte. Si aiutavano tra loro, ma, aiutandosi, si danneggiavano gravemente: siccome ognuno dava consigli diversi, si intralciavano a vicenda. Perciò io, in mezzo a questa loro controversia, vinsi altre tre volte con rapidità, poiché non volli giocare più a lungo. Essi volevano pagarmi subito le scommesse fatte. In un primo momento non le accettai, perché giudicavo scorretto il fatto che io mi arricchissi in quel modo e loro si impoverissero per causa mia. Dissi: “Non sono abituato a guadagnare alcunché col gioco”. Risposero: “Finché tu sei tra noi, vivi come noi; quando tornerai a casa tua, laggiù potrai vivere come vorrai”. Allora ruppi del tutto gli indugi e accettai ciò che mi offrivano, giacché la fortuna mi concedeva profitti e lodi». «Il re disse: “Credo che tu debba sempre amare questo gioco, grazie al quale ti sei fatto risuolare così bene le scarpe. Ora ti sia resa grazia, perché hai curato bene i nostri interessi”» (Fr. IV, vv. 185-230).
Molto interessanti sono i passi riservati gioielli, come ad esempio la splendida fibbia descritta ai versi 341-351 del medesimo frammento V: «essa era stata fusa nell’argilla, non era stata lavorata a martello né costruita con l’aiuto di alcuno strumento artigianale, era completamente massiccia e per nulla cesellata. Al centro di questa fibbia c’era l’immagine di un’aquila in volo e in cima al suo becco si trovava una sferetta di cristallo, nella quale si vedevano tre uccellini che si muovevano qua e là come se fossero vivi e pronti a spiccare il volo e a svolazzare festosi. Un cerchio d’oro cingeva l’aquila tutt’intorno. La fibbia era così grande che ricopriva buona parte del petto della regina. Infatti, non senza motivo, era stata fusa impiegando un talento d’oro». O, ancora, la fibbia più piccola, descritta pochi versi dopo: una fibbia «da portare tutti i giorni sul davanti, in modo che la camicia sulla quale venga appuntata non rimanga aperta e non lasci intravedere il seno se è un po’ più abbondante del solito».
Le fibbie sono fra gli innumerevoli donativi offerti dal re di Ruodlieb all’altro re, per siglare i raggiunti accordi di pace: e, in tutto il poemetto, le forme del dono trovano largo spazio, in quanto la pratica stessa del dono è vista come strumento di connessione sociale e politica basato sulle reciprocità.
Non a caso, i doni del re – chiamato “re maggiore” – fanno seguito a quelli da lui ricevuti in precedenza dal “re minore”:
«Dopo che la tavola fu apparecchiata, il re minore preparò i moltissimi doni da offrire al re maggiore e a coloro che lo accompagnavano: come dono per il re, cinquecento talenti d’oro, inoltre argento in gran copia, cento mantelli, cento corazze, altrettanti elmi d’acciaio e, accanto ai cavalli, trenta muli ornati di falere, trenta asini selvatici e altrettanti cammelli; oltre a ciò due leopardi, due leoni e una coppia di orsi nati dalla stessa madre, bianchi come la neve in tutto il corpo e neri nei garretti e nelle zampe, che, come un uomo, sollevavano un recipiente e lo portavano camminando su due zampe. Quando i giullari pizzicavano le lire con le mani e suonavano, essi danzavano e accompagnavano le melodie col movimento delle zampe. A volte saltavano e si scavalcavano, l'uno poi trasportava l'altro seduto sul suo dorso e ancora, afferrandosi per le zampe anteriori, lottavano e si rovesciavano al suolo. Quando la gente danzava in cerchio levando un canto sonoro, essi accorrevano, si univano alle donne che leggiadramente cantavano con voci acute e, mettendo le zampe sulle loro belle mani, calcavano il suolo in posizione eretta passo per passo; emettevano anche cupi brontolii e striduli suoni. Così, tutti coloro che camminavano là intorno, guardavano con meraviglia questi orsi, che non si sarebbero infuriati, qualsiasi maltrattamento avessero subìto. Oltre a questo aggiunse ai doni anche una lince (un animale generato da una volpe e da un lupo), regalo non privo di pregio, perché dalla sua orina si sviluppa una lucida gemma, il fulgido ligurio, prezioso come il rubino […]. Furono aggiunti ai doni, anche se non sono di alcun pregio, una scimmia col naso camuso, le natiche nude e la coda mozza, e un cercopiteco con la pelle grigia e una voce d’arpia […]. Il re minore accrebbe la serie dei doni per il re maggiore traendo dalla famiglia degli uccelli: con due pappagalli, due corvi, gazze e storni ammaestrati a cinguettare parole umane e che cercavano di imitare qualunque cosa udissero […]. Ai duchi portò in dono corazze, elmi, scudi con placche di metallo prezioso e trombe ornate d’oro alle estremità; ai conti bei mantelli di martora e giovani cavalli grigi; ai più eminenti cavalieri pellicce e mantelli di pelle […] » (Fr. V. vv. 77-143). Da rilevare, nel passo, il riferimento agli orsi, che ci dimostra come fosse già diffusa nel Medioevo la pratica di ammaestrare questi animali, particolarmente ricercati e amati peraltro in tutte le epoche, come ci dimostra, ad esempio, il capitolo IV delle Metamorfosi di Apuleio, in cui si narra appunto della passione del ricco Democare per le orse, da lui mantenute con cura e senza badare a spese.
Con la consegna di un dono a Ruodlieb da parte del suo re, si conclude peraltro anche la lunga ‘cerimonia’ dei saluti fra i due: dopo la lezione di saggezza del re – i dodici insegnamenti –, e dopo gli elogi, le rassicurazioni e i ringraziamenti e reciproci, il re consegna a Ruodlieb due pagnotte cosparse all’esterno di farina e ripiene di tesori: Ruodilieb non dovrà assolutamente spezzarle se non all’arrivo da sua madre e, in sua presenza, dovrà spezzare solo la più piccola, riservando la seconda per il giorno delle proprie nozze. Quindi, il re saluta Ruodlieb baciandolo tre volte, e Ruodlieb si allontana fra le lacrime di tutto il popolo e scambiando baci con tutti (Fr. V, vv. 546-559).
Per quanto concerne la vita delle corti, degni di nota sono gli scorci coloriti dell’ospitalità tipica di un castello, dalle ‘cerimonie’ di benvenuto agli ospiti, agli svaghi della pesca, fino al pranzo con la relativa disposizione di commensali e la descrizione delle numerose portate (Fr. X); molto piacevole la descrizione del pasto di gazze e storni nella voliera:
«Quando qualcuno offriva loro delle briciole attraverso le aperture della gabbia, subito esse accorrevano là col becco spalancato e ognuna di loro prendeva avidamente ciò che le era possibile raggiungere. Cosi tutte loro si abituarono agli uomini in breve tempo e con facilità. E poi, quando veniva loro aperta la porticina, si posavano addirittura sulle mani e prendevano ciò che veniva offerto loro. Quando erano sazie e si erano lasciate carezzare le penne con la mano, spontaneamente facevano a gara per rientrare subito nella gabbia: posatesi, si riordinavano le piume con il becco, ed erano così felici che non tacevano per l’intera giornata […]. Nella gabbietta degli storni non c’era alcun genere di cibo né acqua: tramite la fame venivano addestrati a chiedere il cibo attraverso le aperture. In un primo momento le vecchie madri si rifiutavano decisamente, m dal momento che esse non davano nulla ai pulcini, questi le abbandonarono e spalancarono subito il becco verso coloro che tendevano loro il dito» (Fr. XI, vv. 2-20).
E, sempre rimanendo nell’ambito della vita e degli usi di corte, potremmo ancora citare le nozze del nipote di Ruodlieb, col discorso sfrontato della fidanzata, che rivendica una parità perfetta di diritti e di posizione: «Voglio che mi serva notte e giorno con abnegazione: tanto meglio lo farà, tanto più mi sarà caro […]. Vorresti che io fossi la tua meretrice? […]. Frequenta pure tutti i bordelli che vuoi, ma senza di me! Ci sono tanti uomini al mondo» (Fr. XIV, vv. 71-81).
E veniamo ai dodici insegnamenti impartiti a Ruodlieb dal re:
«Ora ascolta ciò che ti raccomando dal profondo del cuore, come un vero amico fa col proprio amico! Non lasciare mai che un uomo dai capelli rossi diventi tuo amico stretto. Se si fa prendere dalla collera, si dimentica della lealtà, perché la sua ira è violenta, spietata e duratura. Egli non potrà mai essere così buono da non avere in sé qualcosa di perfido, che tu non potrai evitare senza macchiartene. Infatti, se tocchi la pece, difficilmente ti puoi ripulire alla perfezione.
Anche se la strada battuta per il villaggio è fangosa, non lasciarla mai per proseguire lungo un sentiero che attraversa i campi seminati […].
Durante il viaggio, non chiedere alloggio dove vedrai un anziano con una giovane moglie, perché tu, pur innocente, ti metterai in grave sospetto […]. Chiedi invece alloggio dove un giovane ha per moglie una vecchia vedova […].
Se un tuo vicino ti chiedesse, per erpicare il suo campicello, di prestargli una cavalla, che fosse gravida e vicina al parto, non prestargliela, se non la vuoi rovinare, perché, se spianerà il campicello, perderà il puledro.
Non aver caro nessuno dei tuoi parenti fino al punto di usare importunarlo andandolo a trovare di frequente […].
Non fare della tua ancella – anche se è molto bella – la tua compagna, come se fosse una moglie, perché non ti tratti senza rispetto rispondendoti con arroganza e perché non creda di dover dirigere la casa […].
Se vuoi prendere in moglie una donna nobile, per generare un’amabile discendenza, allora cercati una sposa dalla fama limpida e proveniente soltanto da dove tua madre ti consiglia […].
Non lasciarti mai cogliere da un’ira improvvisa, tanto violenta da non permetterti di trattenere la vendetta per tutta la notte successiva […].
Non intentare mai una causa contro il tuo signore o il tuo superiore, perché, se non ti vinceranno con la giustizia, ti vinceranno col loro potere […].
Non compiere mai alcun viaggio in alcun luogo con tanta fretta, da trascurare, dovunque tu veda delle chiese, di affidarti ai loro Santi e di ringraziare il Signore […].
Se qualcuno ti pregasse per amore di Cristo misericordioso, inducendoti a rompere il digiuno, non rifiutare mai: poiché non lo romperai, ma adempirai ai suoi comandamenti […].
Se hai dei campi coltivati accanto a strade pubbliche, non scavare dei fossi, se non vuoi che sorgano altri passaggi attraverso il seminato […]» (Fr. V, vv. 450-527).
Abbiamo detto e ripetuto che questi dodici insegnamenti – fermo restando che, per lo stato frammentario del testo, non possiamo avere certezze sulla evoluzione effettiva della trama – parrebbero prefigurare altrettanti episodi e tappe del viaggio di ritorno di Ruodlieb. A farlo pensare, è la corrispondenza che si riscontra appunto fra alcuni di essi e l’evoluzione del racconto.
Il primo consiglio del re, ad esempio, è che Ruodlieb non diventi mai troppo amico di un uomo dai capelli rossi; il secondo esorta a non percorrere un sentiero attraverso i campi seminati, anche trovando la strada piena di pozzanghere e di fango; il terzo raccomanda di non chiedere ospitalità presso una famiglia composta da un anziano e da una giovane moglie: ed ecco che, poco dopo la partenza, Ruodlieb incontra proprio un uomo dai capelli rossi, che gli chiede di unirsi a lui nel viaggio, e, nonostante la freddezza delle risposte, gli si accoda; incontrando poi un viottolo fangoso, il Rosso invita il nostro cavaliere a percorrere un sentiero battuto attraverso il seminato; il Rosso si fa infine ospitare da un vecchio e dalla sua giovane moglie, finendo col sedurla e con l’uccidere brutalmente assieme a lei il marito… (Fr. V, vv. 586ss. e Fr. VI).
Poche parole di conclusione.
Abbiamo detto che Ruodlieb si configura più come “operatore di pace” che come guerriero.
Dalle pur poche citazioni riportate emerge poi in modo chiaro quanto incentrata sulla ricerca della pace sia anche la figura del re africano, privo com’esso è di qualunque trionfalismo, sempre pronto a trattare e mai a vendicarsi.
Nella medesima ottica – aggiungiamo – si pone il largo spazio riservato ai cerimoniali solenni, a scapito delle battaglie.
Abbiamo inoltre evidenziato l’enorme importanza attribuita alla pratica del dono come meccanismo in grado di creare e mantenere legami sociali.
La descrizione dell’ambasceria di pace svolta da Ruodlieb, tutta ammantata di gentilezza e affabilità, lascia bene intravvedere un tipo di politica in cui gli accordi si raggiungono agendo con moderazione e intelligenza e umanità.
I rapporti affettuosi fra Ruodlieb e il re (basti pensare ai saluti), fra Ruodlieb e il popolo, fra il popolo e il re, ci offrono l’immagine armonica di una società col sovrano al suo vertice.
Infine, nell'ultimo frammento ancora esistente del testo (XVIII), quando il nano catturato da Ruodlieb lo supplica di !asciarlo in vita, gli promette che se agirà secondo i suoi consigli conquisterà senza spargimento di sangue (sine sanguine magno) la bellissima principessa Heriburg, e lo rassicura sulla propria buona fede, il suo pur breve discorso nasconde una profonda critica ai costumi degli uomini, abituati a fare il male, ad ingannare, a non esprimere a parole ciò che sentono davvero nel cuore.
Da tutto ciò – e a prescindere dalla complessa questione dei richiami più o meno palesi alla storia politica del potere ottoniano – emerge facilmente come centrali nel poema siano l’ideale della pace e l’invito alla moderazione nell’esercizio del potere: e il testo è permeato di ottimismo, nella convinzione che la felicità umana possa essere raggiunta per mezzo di comportamenti sensibili, attenti e prudenti; che a nulla servano i trionfalismi e le vendette; che gli accordi di pace debbano essere raggiunti agendo con ponderatezza e soprattutto con sincerità.
Come già nel Waltharius (v. Il poema di Walther), anche in questo poema, dunque, la guerra rappresenta di fatto un cattivo affare.


